Il turismo scopre le Alpi

Età romana e medioevo.

Terra di passaggio la Valle d’Aosta è già citata dal Polibio uno storico vissuto tra il 200 e il 120 a. C.

Quattro passaggi [attraverso le Alpi], il primo nel territorio dei Liguri, poi quello nel territorio dei Taurini attraverso il quale è passato Annibale, poi quello nel territorio dei Salassi, il quarto nel territorio dei Reti.

Il geografo Strabone scrive alcuni anni dopo la fondazione di Aosta e ricorda che “[i Salassi] fecero pagare a Decimo Bruto che fuggiva da Modena una dracma a testa [per passare il Piccolo San Bernardo]

Il caro autostrade in Valle d’Aosta ha dunque una storia millenaria.

Stanchi di pagare pedaggio i romani nel 25 a. C. sconfiggono i Salassi, li vendono come schiavi e costruiscono Augusta Pretoria.

Immaginate Aosta come un gigantesco autogrill edificato dove l’autostrada che parte da Eporedia si biforca per dirigersi verso la Gallia Lugdunense (Lione) e la Gallia Belgica (Treviri/Trier/Trèves).

Cade l’Impero romano, nasce il Sacro Romano Impero di Carlo Magno che attraversa la Valle d’Aosta(1)Alessandro Celi, La Valle d’Aosta, Le Château Edizioni, Aosta 2010, pag. 59 più o meno 1200 anni fa. Più per lavoro che per turismo.

Neppure Sigerìco, arcivescovo di Canterbury che nel 990 attraversa la Valle d’Aosta lo fa per turismo: in quegli anni i Vichinghi stanno mettendo a ferro e fuoco le isole britanniche.

Sigerìco si reca a Roma dal Papa, si trattiene pochi giorni e rientra a casa di fretta (si fa per dire, gli occorrono ottanta tappe). In valle dorme tre notti: a Montjovet, ad Aosta e a Saint-Rhémy.

Il suo è considerato il primo diario di viaggio lungo la Via Francigena, anche se è poco più di elenco di posti tappa.

La Via Francigena è un cammino che ha delle potenzialità di crescita impressionanti: pensate che nel 2012 per ogni pellegrino sulla Via Francigena ve ne erano 100 sul Cammino di Santiago.

L’abate Nikulas ci ha lasciato una diario di viaggio più gustoso. È partito nel 1152 dal suo convento in Islanda per il pellegrinaggio a Gerusalemme, (con circa 50 anni di anticipo sulla prima crociata) ed è tornato a casa indenne.

Sembrerebbe che a quel tempo il governo dei califfi di Gerusalemme ci sapesse fare con il turismo.

Passando da Siena abate Nikulas annota “una bella città … qui ci sono le donne più avvenenti” scrive di Etroubles, Aosta e Pont-Saint-Martin ma sull’avvenenza delle nostre nonne non si sbottona.

Nel 1188 un monaco di Canterbury passando per il Gran San Bernardo ne scrive una recensione poco lusinghiera:

Perdono per non aver scritto.

Sono stato sul Monte di Giove (il Gran San Bernardo NdT); da una parte guardavo in alto i cieli sulle montagne, dall’altra rabbrividivo all’inferno delle valli; mi sentivo così vicino al cielo che ero sicuro che la mia preghiera sarebbe stata ascoltata.

“Signore,” dissi; “restituiscimi ai miei fratelli, perché io possa dire loro, che non vengano in questo luogo di tormento.”

Ho messo la mano nella mia bisaccia, per poter scrivervi una sillaba o due; ecco, ho trovato la mia bottiglia di inchiostro riempita con una massa solida di ghiaccio: anche le mie dita, si sono rifiutate di scrivere: la mia barba era rigida dal gelo, e il mio respiro congelato in un lungo ghiacciolo.

La riscoperta.

Nell’autunno del 1774 uno dei primi turisti, sir Roger Newdigate arriva ad Aosta e scrive, sorpreso, “di trovarsi in mezzo a rovine delle splendore romano della più alta antichità, di cui nessuno di coloro che avevano pubblicato descrizioni sull’Italia aveva mai fatto menzione(2)Piero Malvezzi, Valle d’Aosta nelle immagini dei viaggiatori dell’ottocento, CAI Torino, 1986, pag. 11 e prosegue il suo tour in Italia dopo aver fatto rimontare la carrozza che era stata smontata e portata a spalle attraverso il colle del Gran San Bernardo.

Percorre la Mongiovetta, aperta tre prima, nel 1771 “ad faciliorem commerciorum et thermarum usum

Una curiosità: quando nel maggio del 1800 arriva l’armata di riserva condotta da Napoleone Bonaparte i cannoni sono smontati e trascinati attraverso il valico tra la neve ed il ghiaccio. Proprio com’era stato fatto con la carrozza di sir Newdigate.

Nel 1786, l’anno della prima ascensione sul Monte Bianco De Saussure pubblica il secondo tomo dei suoi Viaggi nelle Alpi nel quale parla tra l’altro dei cretini della Valle d’Aosta: “L’impressione che fecero su di me quelli che vidi radunati a Villeneuve d’Aosta non si cancellerà mai dal mio ricordo … I loro colorito è d’un giallo tendente al marrone, da cui è verosimilmente derivato il nomignolo di marroni che gli si dà in Valle d’Aosta.

Da allora come ricorda l’Abbé Gorret, che non è mai stato abate in vita sua, “Dopo il Signor De Saussure, parrebbe di non essere passati per Villeneuve, o almeno si temerebbe l’incredulità dei lettori se non si fossero incontrati numerosi cretini a Villeneuve. … Vi è tuttavia un abuso rivoltante che le autorità locali dovrebbero reprimere con cura, ed è quello di lasciar vagare e circolare i semi-cretini, i cretini comici, sulle piazze e sulle vie per stimolare il riso e attirare le elemosine dei visitatori; ciò si nota troppo sovente a Saint-Vincent durante la stagione delle acque, mentre durante il resto dell’anno questi presunti idioti sanno lavorare e guadagnarsi il pane(3)Brano tratti da un articolo pubblicato dall’Abbé Gorret, verosimilmente su Le Touriste di Firenze, si presume tra il 20 maggio 1875 e il 20 agosto 1876, ritagliato e incollato dall’autore su di un quaderno. Citati in: Abbé Amé Gorret, Autobiographie et écrits divers, Administration Communale de Valtournenche, Turin 1987, pagg. 264, 265

Alla caduta dell’impero di Napoleone (che aveva annesso alla Francia non solo la Valle d’Aosta ma anche il Piemonte) gli inglesi riscoprono le Alpi; è del 1838 la prima guida tascabile Murray che illustra ai turisti la Svizzera e le Alpi della Savoia, non si dilunga molto su Châtillon ma ricorda che a una lega da Châtillon si trova il villaggio di Chambave, celebre per il suo vino, uno dei migliori e tra i più recherché in Piemonte.

Georges Carrel

è stato un uomo di chiesa, uno scienziato e divulgatore scientifico italiano che ha contribuito in maniera determinante al progresso economico e sociale della Valle d’Aosta.

Era soprannominato l’amico degli inglesi e l’Abbé Gorret ricorda: “Era il 1850; tre turisti arrivano a Châtillon; erano, non c’è dubbio, degli inglesi … dopo una sosta di un’ora al Lion d’Or ripartono per la Valtournenche con i loro zaini, le loro gambe lunghe e i loro grandi bastoni… avevano bevuto solo birra e una tazza di caffé … che gente strana gli inglesi(4)Autobiographie, pag. 228 Da Valtournenche a Praborne li accompagnano due guide delle cinque disponibili allora.  Diventeranno una quarantina  nel 1868 ed oggi le Guide Alpine del Cervino suono suppergiù lo stesso numero.

Ancora Gorret “Il numero di inglesi aumentava ogni anno; c’erano già inglesi d’Inghilterra, ce n’erano di Prussia, d’Austria, inglesi Svizzeri, di Francia, d’America e persino di Russia e d’Italia; si videro persino delle inglesi. O stupore!(5)Autobiographie, pag. 229.

Nacque il 21 novembre 1800 a Châtillon, proprio l’anno del passaggio di Napoleone, fu ordinato sacerdote a 25 anni e alla stessa Edward Whymper raggiunse per primo la vetta del Cervino, nel 1865.

Click QUI per scaricare La Valle di Valtournenche nel 1867 di Georges Carrel

Lo faccio notare perché il libro di cui si ricorda quest’anno il centocinquantesimo anniversario di pubblicazione anche se si intitola “La Valle di Valtournenche nel 1867″, parla anche delle prime ascensioni sul Cervino.

Mi scuserete l’impiego della lingua francese, è la lingua che conosco meglio ed è un uso e un diritto della mia terra(6)Autobiographie, pag. 111 diceva Amé Gorret,  sacerdote, grande alpinista e penna finissima nel 1869 davanti all’assemblea generale del CAI a Varallo.

150 anni dopo le parti sono invertite, mi scuserete l’impiego della lingua italiana, la lingua che conosco meglio;  ho tradotto questo testo pubblicato in francese sul Bollettino del Club Alpino Italiano nel 1868 per permettere anche a chi padroneggia con un po’ di fatica  la lingua di Molière di immaginare com’era la valle del Cervino alla metà del 1800.

Lo potete scaricare liberamente dal web in formato pdf. Ho aggiunto delle foto e alcune note. Trovate il testo originale a fronte.

Se vi ricordate qualche vecchio documentario sul Tibet potete immaginare com’era la Valtournenche: la strada principale era un sentiero largo in alcuni punti solo 3 o 4 decimetri, occorrevano 7 ore di mulo per salire da Châtillon al Breil e la guida ed il mulo costavano come una settimana di lavoro da muratore.

Georges Carrel utilizza il sistema metrico che proprio in quel secolo cominciava a diffondersi, le misure antiche che sono ancora usate da qualche geometra e avversate dagli ingegneri(7)una spanna, 10 passi erano ben più complicate.

Ad esempio il trabucco che era lungo circa 3 m si divideva in 6 piedi, che si dividevano in 12 once, che si dividevano in 12 punti, che si dividevano in 12 atomi che erano lunghi circa 1/3 di mm.

Da buon divulgatore scientifico Carrel ha pubblicato nel 1850 un libretto: Lettres à ma soeur sur l’introduction des mesures métriques dans le Duché d’Aoste, Imprimerie Lyboz, Aoste, per facilitare la transizione alle nuove misure.

Chi arrivava 150 anni fa nell’unico albergo di Valtournenche, l’Hôtel du Mont Rose, non trovava un listino prezzi perché “non sempre sono sufficientemente approvvigionati. Fissano sobriamente il conto tenendo conto di ciò che possono offrire“.

I prezzi non erano quelli in euro di oggi. Il salario dei muratori era di 2,5 franchi al giorno e ci voleva un giorno di lavoro per pagarsi la diligenza da Châtillon ad Aosta. I biglietti del bus oggi costano molto meno.

Nel 1868 una guida per accompagnarvi sul Chiedeva  chiedeva 100 franchi e il portatore 50.  Ma ci volevano due guide e due portatori per ogni turista. Un turista muratore doveva lavorare 6 mesi per pagarsi l’ascensione.

Anche la tariffa per salire il Cervino è calata di prezzo: oggi la via normale al Cervino costa  poco più di 1 000 euro e con un mese di salario da muratore si guadagna a sufficienza per pagarsi l’ascensione e il bere per festeggiarla.

Hedera distingues - incisione romana a Châtillon - Foto di Gian Mario Navillod.
Hedera distingues – incisione romana a Châtillon – Foto di Gian Mario Navillod.

Tra le tante cose che Carrel consigliava di vedere ricordo le gigantesche  Gouffres des Busserailles tra Valtournenche e il Breil e le epigrafi romane(8)“D[is] M[anibus] Petiliae Severae Valeri[us] Vettianus matri carissim[ae]” – Agli dei mani di Petilia Severa Valerius Vettianus alla madre sua amatissima murate sulle scale che portano alla parrocchiale di Chatillon che hanno una caratteristica singolare: le parole sono separati da quelli che sembrano piccoli cuori, in realtà sono foglie d’edera stilizzate, hedera distinguens, generalmente impiegate nelle epigrafi romane del II secolo d. C.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Note   [ + ]