Tetti danesi in paglia nel 2010 – Foto di Gian Mario Navillod.
In un libro della prima metà del 18001 Attilio Zuccagni Orlandini riferisce che le povere case di La Magdeleine erano coperte da stoppia. Si tratta di un refuso o è possibile che si usasse paglia di segale per coprire i tetti come si usava un tempo in Danimarca?
Tetto arborato e mulino di Corgnolaz a Chamois nel 2014 – Foto di Gian Mario Navillod.
Alzate gli occhi. Dall’altra parte del torrente, sopra le case vedete che il fianco della montagna alterna tratti più ripidi a tratti meno inclinati, è il segno che un tempo questa porzione di territorio era tutta coltivata, soprattutto campi di cereali che non hanno bisogno di irrigazione e che trasformati in pane erano la riserva alimentare che permetteva alle famiglie di Chamois di superare la brutta stagione.
Filtro del Ru Pilaz di La Magdeleine alla presa sul torrente Charey – Foto di Gian Mario Navillod.
Il canale di irrigazione di Pilaz raccoglie le acque del Torrente Saverou/Souverou e quelle che scendono dal lago Charey/Charrey. Con una conduttura sotterranea le porta fino al Col Pilaz dove il ru si divide in due rami: il primo serve il Lago Croux e la parte occidentale del comune di La Magdeleine, il secondo scende a ponente del villaggio di Vieu/Viù. Continua la lettura di Ru Pilaz→
Il Tantané e la parete rocciosa della Beurta Teta, la Brutta Testa di La Magdeleine – Foto di Gian Mario Navillod.
La pareidolia (dal greco εἴδωλονèidōlon, “immagine”, con il prefisso παρά parà, “vicino”) tende a ricondurre a forme note degli oggetti o profili dalla forma casuale. Continua la lettura di Pareidolia in Valle d’Aosta→
Tratto in cemento armato del Ru Marseiller – Foto di Gian Mario Navillod.
Percorrere il Ru Marseiller è come fare un viaggio nel tempo fino al basso medioevo. Nel XV secolo il ru fu costruito per portare l’acqua di fusione dei ghiacciai del Cervino fino ai pianori assolati ed aridi di Verrayes e Saint-Denis. Continua la lettura di Ru Marseiller→
Negli anni cinquanta del novecento in inverno in casa Mannoni si mangiava polenta e uccelli tre quatto volte la settimana. Pettirossi, cinciallegre, fringuelli cardellini uccisi con le trappole o presi a fucilate si appendevano per il becco all’aperto dove il gelo invernale li conservava fino al momento di utilizzarli in cucina. Lepri, tassi e scoiattoli si mangiava a settembre mano mano che venivano cacciati. Le cosce della volpi erano molto apprezzate tanto da essere spacciate per cosce di lepri1. Si raccoglievano anche i gamberi di acqua dolce e le rane da friggere in padella.
Renato Mannoni, Il bambino che diventò cavatore, Tipografia Duc, Saint-Christophe, 2011, ISBN 978-88-87677-56-0, p. 32[↩]
Hedera distingues – incisione di epoca romana sotto la chiesa di Châtillon – Foto di Gian Mario Navillod.
Attentato alla chiesa di Châtillon titolerebbero oggi i mezzi di informazione, ma in Valle d’Aosta tra la fine della seconda guerra mondiale e il 1968 vivevano adolescenti che giocavano con micce e detonatori sottratti alle cave di marmo dove lavoravano i loro genitori.
La cappella e il lago e la diga di Cignana dal sentiero per il Col di Fort – Foto di Gian Mario Navillod.
“Con quella obiettività che mai si deve dipartire da un sereno esame tecnico dobbiamo riconoscere che delle grandi società che hanno ottenuto concessioni idrauliche in Valle d’Aosta, l’unica che sino ad oggi abbia messo allo studio e realizzato un congegno di impianti idroelettrici razionali e veramente geniali è la Società Idroelettrica Piemonte“1 così scriveva nell’immediato dopoguerra2 l’ing. Annibale Torrione. Era uno che se ne intendeva, nel 1950 scriverà un’opuscolo edito dalla CGIL sullo “sfruttamento idroelettrico delle acque della Valle d’Aosta“3. I grandi impianti idroelettrici avevano due obiettivi: produzione di energia elettrica per far funzionare le fabbriche e dar lavoro agli operai, creare riserve d’acqua per l’irrigazione.