L’utilizzo del tutolo alla maniera di Fenis

Nell’ultima fatica letteraria di Alexis Bétemps è possibile cogliere i frutti di una ricerca etnografica durata una vita, tanto più preziosa perché raccolta dal di dentro, in parte sulla propria pelle.

Il testo scritto in lingua francese tratta del rapporto tra le piante e gli uomini, ogni tanto tra le pagine trova spazio un po’ di poesia e traspare qua e là l’arguzia e la bonomia di un valdostano colto: “Un’erba, verde nel verde, non è percepita spontaneamente dell’occhio se non è precedentemente conosciuta, e dunque se le è stato dato un nome. Se i loro nomi sono dimenticati le diverse conifere diventano semplicemente alberi: il paesaggio di appiattisce, diventa uniforme e la varietà infinita della natura è mortificata.

A pagina 101 viene rivelato l’uso curioso che si faceva un tempo in Valle d’Aosta del tutolo della pannocchia: “Ognuno ne aveva uno per il suo uso personale. Lo si strofinava tra le due chiappe e lo si infilava, in alto, tra due assi del gabinetto in legno. … La volta successiva, per utilizzarlo, si girava di un quarto il cilindro e si usava la parte pulita.

I più educati non utilizzavano il tutolo più di quattro volte; dopo averlo accuratamente girato, lo gettavano tra le due assi perché marcisse nella cacca. Vi erano persone che utilizzavano lo stesso tutolo cinque o sei volte. … Per gli uni si trattava di persone maleducate, per altri di persone previdenti.

Tratto da: Alexis Bétemps, Des plantes et des hommes, Priuli & Verlucca editori, Scarmagno, 2012, ISBN 978-88-8068-612-5, pagg. 16, 101. Traduzione italiana di Gian Mario Navillod.