Paolo Cognetti, Georges Carrel e il vallone delle Cime Bianche.

Ghiacciaio di Ventina/Aventina - Foto di Gian Mario Navillod.
Ghiacciaio di Ventina/Aventina nel Vallone delle Cime Bianche – Foto di Gian Mario Navillod.

Paolo Cognetti, vincitore del Premio Strega 2017 con il romanzo  “Le otto montagne” ambientato in Valle d’Aosta ha lanciato dal suo blog un accorato appello in difesa di “un ultimo vallone selvaggio ai piedi del Monte Rosa” il Vallone delle Cime Bianche(1)http://paolocognetti.blogspot.it/2017/07/i-distruttori.html.

Chi conosce Cervinia capisce cos’è il Vallone delle Cime Bianche anche se non c’è mai stato perché sono due luoghi antitetici.

Cervinia e le sue piste da sci

Immaginare Cervinia è facile: prendete un pezzo di città costruito nella prima metà del 1900 e trapiantatelo in una splendida conca di alta montagna dominata dalla sagoma inconfondibile del Monte Cervino. Da Cervinia al ghiacciaio del Plateau Rosà tracciate una linea dritta: sono gli impianti di risalita. Funivie, seggiovie, depositi di attrezzatura per le piste di sci, bar e ristoranti.

Il Rifugio del Teodulo e la pista di sci che scende a Cervinia - Foto di Gian Mario Navillod.
Il Rifugio del Teodulo e la pista di sci che scende a Cervinia – Foto di Gian Mario Navillod.

In inverno una soffice coperta di neve copre tutto, bianca, morbida, irresistibile. Al disgelo cominciano ad affiorare le piste di sci. Non quelle inerbite e curate che in primavera si coprono di fiori. Quelle scavate dal bulldozer in alta quota, tra le morene e le pietraie, proprio ai piedi dei ghiacciai. L’effetto è quello di una cava di sabbia. Piste per camion e fuoristrada che si incrociano, rocce frantumate, polvere e qualche pezzo di plastica che affiora qua e là. Chi conosce le piste di sci di Cervinia in estate le evita, soprattutto da Plan Maison al Colle delle Cime Bianche.

Il Vallone delle Cime Bianche

Comba di Rollin nel Vallone delle Cime Bianche - Foto di Gian Mario Navillod.
Comba di Rollin nel Vallone delle Cime Bianche – Foto di Gian Mario Navillod.

Quando si passa dall’altra parte del Colle sembra di aver attraversato una porta spazio-temporale. Tutto è rimasto come lo hanno visto i viaggiatori inglesi del XIX secolo. Non ci sono strade sterrate che solcano il vallone, non ci sono cani che abbaiano ai turisti dagli alpeggi. Non vi è traccia dei tubi di plastica rossi per l’irrigazione dei prati, delle legature fatte con spaghi azzurri riciclati, dei teloni che coprono i vecchi tetti, non ci sono tralicci dell’alta tensione. Solo silenzio e natura.

Non fosse per le poche costruzione rurali abbandonate si potrebbe immaginare di essere un mercante romano diretto al Colle del Teodulo, la via più breve per raggiungere la Gallia Belgica da Ivrea o, come la chiamavano gli antichi, Eporedia.

Il Vallone delle Cime Bianche è rimasto uno dei pochi luoghi in Valle d’Aosta dove il tempo si è fermato. Paolo Cognetti ne è innamorato, come tutti gli escursionisti che lo abbiano percorso almeno una volta nella vita. E vorrebbe evitare che gli impianti di risalita proposti per il collegamento tra i comprensori sciistici di Zermatt-Cervinia-Valtournenche e Gressoney-Alagna facciano fare un balzo nel XXI secolo al Vallone delle Cime Bianche.

Forse è possibile.

Disgelo al Gran Lago di Céré/Tzéré - Foto di Gian Mario Navillod.
Disgelo al Gran Lago di Céré/Tzéré nel Vallone delle Cime Bianche – Foto di Gian Mario Navillod.

Proviamo a guardare al Vallone delle Cime Bianche con gli occhi di Georges Carrel, il sacerdote valdostano che già nel XIX secolo aveva capito che il turismo nascente avrebbe salvato dalla miseria i piccoli agricoltori valdostani che si affannavano in un’agricoltura eroica ai limiti dell’autosussistenza.

I limiti inferiori sia chiaro, perché non si spiegherebbe altrimenti:

  1. l’emigrazione stagionale di adulti che esercitavano la nobile professione del commercio definiti mercanti in Valle d’Aosta ma  probabilmente considerati dagli svizzeri più simili ai vu cumprà(2)Il Consiglio del Vallese nell’agosto 1554 decise ed ordinò di vietare il commercio ai Grissoneyer (Gressonari) e agli Ayâtzer (abitanti della valle di Ayas) accusati di passare casa per casa a truffare donne, bambini e sempliciotti vedi: http://gian.mario.navillod.it/truffatori-valdostani-nel-vallese/ che il ministro dell’interno Salvini desidera allontanare dalla spiagge italiane;
  2. l’emigrazione di adulti impiegati nell’edilizia, proprio come gli extracomunitari che lavorano oggi nei nostri cantieri e
  3. l’emigrazione di bambini che lavoravano come spazzacamini(3)Nel marzo 1902 il tribunale di Aosta condannò a tre mesi di carcere e 300 lire di ammenda un trafficante di carne umana che acquistava a Chambave, dai genitori poveri, i bambini e li conduceva all’estero per avviarli al mestiere di spazzacamino. http://gian.mario.navillod.it/mercato-degli-schiavi-valle-daosta/ o artisti di strada.

Georges Carrel ha dedicato la sua vita a far conoscere a livello internazionale le bellezze della sua valle, certo che un periodo di vacanza tra le montagne avrebbe fatto bene al corpo ed allo spirito del turisti. E allo spirito e al portafoglio dei valdostani. Anche il sacerdote svizzero Johann Joseph Imseng, di qualche anno più giovane(4)http://gian.mario.navillod.it/johann-josef-imseng/, oggi ricordato come il primo sciatore elvetico fu un promotore del turismo di montagna che si stava sviluppando in quegli anni nelle Alpi svizzere. Se si confronta l’offerta turistica dei due versanti del Monte Cervino sembrerebbe con maggior fortuna.

Alpe Mase nel Vallone delle Cime Bianche - Foto di Gian Mario Navillod.
Alpe Mase nel Vallone delle Cime Bianche – Foto di Gian Mario Navillod.

Non credo che Carrel mirasse all’arricchimento di pochi, fortunati, proprietari terrieri valdostani. Lo lascia intuire la sua reazione stizzita alla notizia che era stato stipulato un contratto d’affitto per il Monte Cervino. Penso che mirasse piuttosto a dare un lavoro ragionevolmente retribuito ai suoi concittadini, che permettesse loro di vivere con dignità in montagna. Perché senza lavoro in montagna i montanari scendono in pianura. E una montagna spopolata è bellissima per i buoni camminatori come me e come Paolo Cognetti ma molto meno attrattiva per le signore e i signori diversamente giovani che gradiscono sedere in un posto riparato dopo una breve escursione o una lunga passeggiata in “quell’aria fine che dona vigore” così amata dalla Regina Margherita di Savoia che per 36 anni passò le sue vacanze a Gressoney(5)http://gian.mario.navillod.it/la-regina-margherita-a-gressoney/.

La scelta del restauro ambientale.

Piccolo Bar di Fiéry - Foto di Gian Mario Navillod.
Piccolo Bar di Fiéry – Foto di Gian Mario Navillod.

Immaginiamo l’Hôtel Bellevue di Fiery(6)http://gian.mario.navillod.it/un-tuffo-nel-lago-blu-di-verra/, riaperto e pronto ad accogliere i turisti che desiderano trascorrere una settimana di vacanza come si usava a inizio novecento, arrivando a piedi o a dorso di mulo, assaporando la cucina dei nostri nonni e ritemprando la mente ed il corpo come usavano i nostri bis bisnonni, vacanze di musica e di poesia, di camminate in montagna, di vento e di silenzio.

Immaginiamo gli alpeggi del Vallone delle Cime Bianche gestiti dall’Istitut Agricole Régional, la scuola di agricoltura della Valle d’Aosta dove vengano sperimentate le tecniche per rendere sostenibile l’agricoltura di alta montagna, e immaginiamo che un alpeggio abbandonato venga riportato in vita e gestito con le tecniche antiche. Un alpeggio trasformate in museo di se stesso dove si possa far rivivere la vita in alpeggio prima della meccanizzazione. La scelta dei pascoli fatta giorno per giorno dal capo pastore, la manutenzione delle canalette per la fertirrigazione, la lavorazione del latte, i lavori più semplici fatti un tempo dagli alpigiani bambini, i lapaboura(7) http://gian.mario.navillod.it/lavar-le-balle-al-toro/.

Avremmo del lavoro per chi abita in montagna e delle emozioni di qualità da offrire ai turisti. Potremmo toccare con mano cosa significa vivere in montagna ed imparare che sin dalla preistoria la montagna senza uomini non è mai esistita in Valle d’Aosta.

La scelta del parco urbano.

Se invece si pensa di lasciare il Vallone delle Cime Bianche così com’è, meta di splendide passeggiate per gli amanti della wilderness che arrivano in auto dalla città con il pranzo al sacco nello zaino, comperato dove costa meno, bisogna avere l’onestà  di dire che ciò non rende la vita in montagna più sostenibile per chi ci abita ma rende il Vallone delle Cime Bianche molto simile ad una cosa che la gente di città conosce molto bene: il parco urbano.

I primo 13 sottoscrittori per la costruzione del rifugio sul Cervino - Collezione Gian Mario Navillod.
I primo 13 sottoscrittori per la costruzione del rifugio sul Cervino – Collezione Gian Mario Navillod.

Un luogo ameno, acquisito e manutenuto dalla città per il benessere dei suoi cittadini. Gratuito ma circondato da servizi a pagamento. Se è questo il futuro che si auspica per la montagna basta acquisire le aree interessate come facevano un tempo i signori con le loro riserve di caccia e lasciare tutto com’è.

In tutti e due i casi per essere credibili è necessario mettere le mani al portafogli altrimenti si rischia di dare ottimi consigli in casa d’altri, consigli di rado seguiti e non sempre bene accetti. Hanno messo la mano al portafogli  Georges Carrel e Johann Joseph Imseng nel XIX secolo e lo fa il Fondo per l’Ambiente Italiano nel XXI.

Se ogni lettore di Paolo Cognetti investisse 10 euro per il restauro del Vallone delle Cime Bianche il problema si risolverebbe da sé.

Se un intellettuale coraggioso con a cuore il futuro del Vallone delle Cime Bianche aprisse una sottoscrizione per il suo restauro si avvicinerebbe un po’ di più il mio sogno di una montagna abitata in maniera sostenibile. La scelta tra i posti di lavoro che garantiscono gli impianti di risalita  e la montagna abbandonata per gli amanti della wilderness lascia pochi margini a chi abita in montagna.

Nel 1865 Georges Carrel iniziò una raccolta fondi per la costruzione di un rifugio sul Cervino versando i primi 50 franchi, due anni dopo il rifugio era inaugurato. A volte il buon esempio serve più delle buone parole.

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