Vitis vinifera in Valle d’Aosta

Vitis vinifera del villaggio di Baisepierre quota 1390 m s.l.m. - Foto di Gian Mario Navillod.
Vitis vinifera del villaggio di Baisepierre – quota 1390 m s.l.m. – Foto di Gian Mario Navillod.

Nel cuore delle Alpi, in Valle d’Aosta, è possibile osservare grappoli d’uva a quote elevate. Grazie ad Alexis Bétemps che mi ha segnalato la vite di Baisepierre ad Arvier che cresce a 1390 m s.l.m.

Vitis vinifera del Rovet di Torgnon quota 1235 m s.l.m. - Foto di Gian Mario Navillod.
Vitis vinifera del Rovet di Torgnon quota 1235 m s.l.m. – Foto di Gian Mario Navillod.

Molto più in alto della vite del Rovet di Torgnon, nella valle del Cervino, che fruttifica a 1235 metri di quota.

Curiosità

Nel 1836 alcuni valdostani facevano il bagno nel mosto. Il medico canavesano Lorenza Francesco Gatta sconsigliava tale pratica con queste parole: “… la pratica di far entrare nei tini uomini ignudi per pigiare, e che a forza di calpestare le uve vi s’immergono sino al collo, è indecente, contraria alla voluta pulizia, pericolosa, e di più riesce il pigiare imperfetto, perché a misura, che la massa diviene fluida, molti acini, anzi interi racemoli nuotando nel liquido sfuggono alla pressione … io preferirei che le uve si ammaccassero accuratamente in piccoli mastelli, e che il mosto fosse poi subito versato nei tini …(1)Lorenzo Francesco Gatta, approfondimenti a cura di Rudy Sandi, Saggio sulle viti e sui vini della Valle d’Aosta, Rudy Sandi editore, 2014, ISBN 5-800106-861001 pag.

Chissà cosa ne avrebbe pensato Edward Whymper che così racconta la fabbricazione del formaggio nella Svizzera del 1864: “Un indigeno, orribilmente  sporco, ci invitò ad entrare, … era presissimo dalla fabbricazione dei suoi formaggi. Uno di quegli sgabelli ad una gamba che si utilizzano per mungere le mucche, solidamente legato al fondoschiena, gli dava uno strano andazzo quando si alzava per soffiare in un gran tubo, poiché, per fabbricare i suoi formaggi, doveva soffiare, a quanto pare, per dieci minuti in quel gran tubo che rimpiazzava un soffietto. Terminata l’operazione si rannicchiava sul suo sgabello per riprender fiato, tirando qualche boccata da una piccola pipa, poi si rimetteva a soffiare nel suo tubo con nuovo vigore. Questo processo di fabbricazione era, ci dissero, indispensabile per ottenere una buona qualità del formaggio; ci parve, lo confesso, molto sporco. Ora so da dove arriva il sapore particolare di certi formaggi svizzeri(2)https://archive.org/stream/scramblesamongst00whymuoft?ui=embed#page/241/mode/1up

Vini valdostani costosissimi

Grazie alle ricerche di Rudy Sandi è possibile farsi un’idea di quanto fossero ricercati alcuni vini valdostani nella seconda metà del 1700 e di quanto fosse elevato il suo prezzo.

Vignet des Etoles, il funzionario sabaudo che amministrava il Ducato di Aosta, scrive nel 1774 al maggiordomo del Re di Sardegna che “ … les bonnes bouteilles de bourgogne se vendent ici six sols et demi … ” mentre la bottiglia di buon moscato [passito] si vedeva “ … 28 ou 30 sols la bouteille …(3)le buone bottiglie di borgogna si vendono qui sei soldi e mezzo … ” la bottiglia di buon moscato [passito] si vedeva ” … 28 o 30 soldi la bottiglia … circa cinque volte tanto.

Con la stessa cifra si potevano comperare 130 litri di vino rosso sfuso di prima qualità(4)Lorenzo Francesco Gatta, approfondimenti a cura di Rudy Sandi, Saggio sulle viti e sui vini della Valle d’Aosta, Rudy Sandi editore, 2014, ISBN 5-800106-861001 pag. 139 e 179.

Vignet des Etoles scriveva che fu proprio viticoltore di Chambave il primo produttore del moscato passito: “… après avoir laissé pailler son raisin jusqu’après  noel en retira un jus parfaitement mur et fort … plusieurs particuliers dans tout le duché en ont fait ensuite à cet exemple …(5)dopo aver lasciato appassire l’uva fin dopo Natale ne tirò una succo perfettamente maturo e forte … diversi piccoli produttori in tutto il ducato hanno seguito questo esempio …” – Lorenzo Francesco Gatta, approfondimenti a cura di Rudy Sandi, Saggio sulle viti e sui vini della Valle d’Aosta, Rudy Sandi editore, 2014, ISBN 5-800106-861001 pag. 152 – libera traduzione di Gian Mario Navillod

Memorie di Felix Pattern sull’ospitalità svizzera

“… la cattiva moglie gli disse – Vedo che mi porti degli ospiti? E allora! Sia in nome del diavolo! – ci servì un po’ di latte insaporito con del pepe e bevemmo dell’eccellente vino della Valle d’Aosta. Dopo il pasto si stese nella camera della paglia, e ci coricammo sopra. In quel momento mio padre mi disse – Vedi, Félix, come mi si riceve bene qui!”

Tratto da Mémoires de Félix Platter, médecin bâlois, ed. J.G. Fick, 1866, pag. 95, versione digitale disponibile qui: https://books.google.it/books?id=AJMPAAAAQAAJ&hl=it&pg=PA95

Johann Wolfgang von Goethe e il moscato di Chambave

Il grande scrittore il 4 novembre 1779 scriveva(6)Johann Wolfgang von Goethe, Werke, Wien, 1817, pag. 282 -versione digitale disponibile qui: https://books.google.it/books?id=3ooTAAAAQAAJ&pg=PA282: “Chamouni, den 4. Nov. … Wir sitzen am Kamin und lassen uns den Muskatellerwein, aus der Vallée d’Aost, besser schmecken, als die Fastenspeisen, die uns aufgetischt werden“. (7)Chamonix, 4 novembre … Siamo seduti davanti al caminetto e ci beviamo il moscatello della Valle d’Aosta, che è migliore dei piatti di magro che ci sono serviti

I consigli del canonico Edouard Bérard per rendere il vino più spiritoso

Per renderlo migliore usasi da alcuni esporlo al freddo in mastelli, si forma allora uno strato di ghiaccio alla superficie, togliendo il quale si diminuisce la quantità d’acqua ed il vino riesce più spiritoso(8)Lorenzo Francesco Gatta, approfondimenti a cura di Rudy Sandi, Saggio sulle viti e sui vini della Valle d’Aosta, Rudy Sandi editore, 2014, ISBN 5-800106-861001 pag. 163”.

Pieno come un otre o come un rospo?

Nel dialetto valdostano si dice “pien comen en bot” quando si è mangiato troppo. Ho sempre pensato che il proverbio si riferisse ai rospi che hanno una bella pancetta ma da quando ho letto la ricerca di Rudy Sandi sugli otri valdostano mi son dovuto ricredere.

Gli otri valdostani erano fatti di pelle di capra o di vacca, a volte si lasciava il pelo all’interno senza che ciò trasmettesse odori o sapori particolari al vino. La capacità variava dai 15 agli 80 litri e il primo riferimento citato da Sandi risale alla fine del 1300 ” … corea bovina … pro faciendo sex paria de bocs ad deportandum vinum …(9)” … cuoio di vacca  … per fare sei paia di otri per il trasporto di vino …” NdR

Post del 1.06.19 ultimo aggiornamento 9.02.20

Note   [ + ]