Le macine della Valmeriana

Le macine della Valmeriana - Foto di Gian Mario Navillod.
Le macine della Valmeriana – Foto di Gian Mario Navillod.

Le macine della Valmeriana sono ricavate dalla pietra ollare, una pietra che prende il nome dal latino “olla“, pentola, perché è stata utilizzata sin dalla preistoria per realizzare oggetti che resistessero al calore come pentole, stufe e stampi per le fusioni. Grazie alla sua bassa durezza e alla facile lavorabilità in antichità sono stati costruiti persino dei bracciali in pietra ollare(1)Paolo Castello, Stefano de Leo, Pietra ollare della Valle d’Aosta: caratterizzazione petrografica e inventario degli affioramenti, cave e laboratori in Bulletin d’Études Préhistoriques et Archéologiques Alpines, 2007,18, Aoste, versione digitatale disponibile qui. pag. 53.

Di solito è di colore verdastro, poco porosa, resiste bene agli sbalzi di temperatura e non si altera a contatto con gli alimenti.

In Valle d’Aosta la pietra ollare veniva estratta in cave, sia a cielo aperto che in galleria o da blocchi isolati alla testata delle valli di Ayas e Valtournenche e nella zona attorno al Mont Avic, tra Saint-Marcel, Pontey e Champorcher.

Nei conti della castellania di Bard della prima metà del 1300 è rimasta traccia del denaro versato dagli artigiani/imprenditori Pietro e Giovanni che avevano chiesto la licenza per fabricare pentole in pietra “Petrus et Johannes Lavazerii pro licentia sibi data faciendi lavezos lapidum(2)Mauro Cortellazzo, pag. 92.

Quella cavata dalla Valmeriana è un tipo particolare di pietra ollare, si definisce cloritoscisto (la parte verdastra tenera) a granati (i cristalli rossastri) e cloritoidi (i grandi cristalli scuri).

Tra il 1275 e il 1300 risultano transitare a Bard, pagando il pedaggio quasi 400 mole e più di 600 clape. Alcuni studiosi pensano che le clape siano dei pestelli, altri che siano delle piccole mole, altri ancora che siano delle parti di mole da assemblare(3)Mauro Cortellazzo, pag. 97.

I documenti rivelano che sin dal 1180 le mole, che non necessitavano di rabbigliatura, ovvero l’operazione di scanalatura della macina per evitare che i cereali venissero schiacciati anziché frantumati, venivano estratte dalla moleria di Valmeriana o Saint-Marcel, attraversavano la Dora Baltea a Pontey, passavano pedaggi di Montjovet, Verres, Bard, poi proseguivano verso Ivrea dove erano immagazzinate nel molarius communis(4)Mauro Cortellazzo, Pietra ollare in Valle d’Aosta: problemi e prospettive per una ricerca, pag. 35. Erano poi vendute lungo tutto il corso del Po, fino al porto di Classe (Ravenna).

Nel castello di Quart in Valle d’Aosta sono stati trovati i resti di quattro macine a mano (molendinus ad brachia). Sia la parte superiore, il catillus che quella inferiore, la meta(5)Mauro Cortellazzo, Pietra ollare in Valle d’Aosta: problemi e prospettive per una ricerca, pag. 35.

Ma l’uso delle macine a mano data almeno dell’antichità. Negli scavi della necropoli di Aosta è stata scoperta una macina sepolta tra la fine del I e il II secolo d. C. e in un edificio risalente al IV-V secolo nei pressi di Aosta è stato ritrovato un catillus(6)Mauro Cortellazzo, Le macine in cloritoscisto granatifero (pietra ollare) della Valle d’Aosta: dai “moleria” al “molendinum ad brachia”. Un importante prodotto d’esportazione dell’economia valdostana nel Medioevo, pag. 98 .

Secondo lo storico Marc Bloch “Nel medioevo non vi era fortezza sotto le armi che non avesse le sue mole a mano“. Riporta il Bloch che assediati dall’imperatore Federico II i parmigiani avrebbero patito la fame se non avessero avuto a disposizione dei mulini a braccia(7)Marc Bloch, Lavoro e tecnica nel Medioevo, Laterza Editori, 1973, pag. 91.

A partire dal X secolo però i mulini ad acqua presero il posto dei mulini a braccia. I signori approfittando della mancanza di un potere centrale, iniziarono ad esercitare il potere di banno imponendo ai loro contadini alcuni monopoli relativi all’uso del mulino,  del forno, del toro e del verro da monta. Si riuscì piano piano ad imporre l’obbligo di macinare i cereali nei mulini ad acqua del signore pagando una tassa per l’uso del mulino e dell’acqua che faceva muovere le macine.

In Francia le bannalità furono molto diffuse secondo Marc Bloch. Considerato che fino all’unità d’Italia la Valle d’Aosta ha avuto stretti legami con la cultura transalpina è probabile che lo fossero anche in Valle. Al di la delle Alpi agli inizi del 1200 la transizione tra la molitura a mano e quella ad acqua era pressoché terminata anche se ancora nel 1207 i monaci dell’abbazia di Jumèges imposero la distruzione delle macine a mano ancora presenti sulle terre che amministravano “Si mole ad manum in terra Thome reperte fuerint, omne frangentur, preter unam propter egros(8)“Se delle macine a mano fossero trovate, siano rotte tutte, tranne una per i malati”. Ibid. pag. 93

BIBLIOGRAFIA

Mauro Cortellazzo, Le macine in cloritoscisto granatifero (pietra ollare) della Valle d’Aosta: dai “moleria” al “molendinum ad brachia”. Un importante prodotto d’esportazione dell’economia valdostana nel Medioevo, in Bulletin d’Études Préhistoriques et Archéologiques Alpines, Numéro spécial consacré aux «Actes du XIIIe Colloque sur les Alpes dans l’Antiquité», XXIV, Aoste 2013, pp. 89-124. Versione digitale disponibile qui.

Mauro Cortellazzo, Pietra ollare in Valle d’Aosta: problemi e prospettive per una ricerca, in “Les récipents en pierre ollaire dans l’Antiquité”, a cura di M. Lhemon e V. Serneels, Minaria Helvetica 2012, pp. 26-45

Mauro Cortellazzo, La pietra ollare della Valle d’Aosta. Cave, laboratori e commercio, in “Bulletin d’Etudes Prehistoriques et Archeolgiques Alpines”, XVIII, Numéro spécial consacré aux «Actes du XIE Colloque sur les Alpes dans l’Antiquité», Champsec/Val de Bagnes/Valais-Suisse 15-17 septembre 2006, Aoste 2007

Paolo Castello, Stefano de Leo, Pietra ollare della Valle d’Aosta: caratterizzazione petrografica e inventario degli affioramenti, cave e laboratori, in Bulletin d’Études Préhistoriques et Archéologiques Alpines, 2007,18, Aoste, versione digitale disponibile qui.

Marc Bloch, Lavoro e tecnica nel Medioevo, Laterza Editori, 1973.

Le macine di pietra ollare negli scavi di Aosta

Ad Aosta nel 2007 durante i lavori per la realizzazione di alcune autorimesse interrate sono stati portati alla luce i resti di un edificio residenziale di età romana che si ritiene sia stato edificato poco dopo la fondazione della città.

All’interno dell’area di scavo è stata portata alla luce una macina in pietra ollare di circa 30 cm di diametro. La presenza di granati nel cloritoscisto indica la pietra è stata probabilmente estratta nella Valmeriana.

Un’altra macina dalle stesse caratteristiche è stata trovata nel corredo di una tomba della necropoli di Aosta, datata tra la fine del I ed il II secolo d.C.

Un’altra ancora, di epoca romana, venne ritrovata a Fidenza ed è conservata ora al Museo Mineralogico di Bologna.

Questi ritrovamenti sembrano confermare che le cave di pietra ollare della Valmeriana abbiano una storia bimillenaria.

Patrizia Framarin, Alessandra Armirotti, un nuovo insediamento nel suburbio settentrionale di Augusta Praetoria, Bollettino della Soprintendenza per i beni e le attività culturali della Regione Autonoma della Valle d’Aosta n° 5 del 2008, pag. 74.
Versione digitale disponibile a questo indirizzo: http://www.regione.vda.it/allegato.aspx?pk=32543

Post del 4.04.14  – Ultimo aggiornamento del 20/07/2018

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