
La prima parte di questa breve passeggiata porta in meno di 10 minuti al base del sifone, l’enorme tubo in acciaio di 2.80 metri di diametro che collega i due tratti del canale in galleria che da Maen porta alle condotte forzate della Centrale di Covalou. Chi lo desidera, senza farsi spaventare dal primo tratto, breve ma decisamente ripido, può salire lungo il sentiero che porta alla terrazza sud del sifone.

Il sentiero che con alcuni leggeri saliscendi arrivava al torrente Antey e percorrendo l’altro versante della valle raggiungeva la terrazza nord è riservato agli escursionisti esperti a causa degli alberi caduti sul tracciato.

Accesso
Dall’uscita autostradale di Châtillon-St.Vincent si seguono le indicazioni per Cervinia fino a raggiungere, dopo circa 10 km, il comune di Antey. Subito dopo l’ampio piazzale che ospita lo chalet dell’ufficio informazioni turistiche si imbocca la strada regionale n° 8 di La Magdeleine e dopo 1.9 km, poco prima del secondo tornante che si incontra dopo l’abitato di Antey, si parcheggia l’auto in una piccola piazzola sulla destra.
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Lunghezza itinerario: 0,5 km circa
Quota partenza: 1190 m circa
Quota arrivo: 1300 m circa
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Dislivello: 100 m circa
In bici: meglio di no.
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andata: 0h20
ritorno: 0h15
totale: 0h35
Segnavia: assente
Tratti difficili: no
Tratti esposti: si
Ombra: si
pericolo caduta massi: si
Periodo consigliato: tutto l’anno
Da vedere: il grande tubo in ferro della condotta, gli accessi al canale, la casetta di comando.
Descrizione
Lasciata l’auto si prosegue per pochi metri fino a raggiungere l’inizio del comodo sentiero che entra nel bosco proprio all’altezza del tornante e si dirige in piano verso l’interno della gola. In pochi minuti si raggiunge la pista forestale che con modesta pendenza porta prima allo scarico di fondo del sifone e subito dopo alla casetta di comando e alla base dell’enorme conduttura.
Proprio a fianco della casetta, indicato da una palina in legno, parte il ripido sentiero che porta alla terrazza sud. Dopo aver superato il primo tratto che dura in tutto una decina di minuti, la pendenza diminuisce. Si prosegue in un bosco misto, salendo gradualmente tra splendidi tappeti di muschio smossi qua e là dai cinghiali in cerca di cibo e cosparsi dai coni degli abeti rosicchiati dagli scoiattoli. Dopo aver superato la piccola pietraia formata dai detriti estratti della galleria il sentiero prosegue in piano fino raggiungere la terrazza dove termina il grosso tubo ed inizia il canale in galleria.
Dall’altra parte della valle si vede l’inizio del sifone che precipita per un centinaio di metri fino in fondo al vallone e seguendo con gli occhi il cavo che collega le due gallerie si coglie un bello scorcio del villaggio di Hérin, adagiato con le sue case in pietra e i suoi numerosi rascard sul poggio che domina la terrazza nord.
Riservato agli escursionisti esperti
Si prosegue lungo il sentiero, movimentato da alcuni brevi saliscendi, che taglia il ripido versante dirigendosi praticamente in piano verso l’alveo del torrente Antey. Occorre scavalcare i numerosi alberi abbattuti dalla neve, Lungo il percorso si incontra un valloncello che occorre attraversare con un poco di agilità e poco più avanti il silenzio è rotto dal mormorio dell’acqua di alcuni ruscelletti che scendono a cascata su un tappeto di muschio.

Dopo aver superato senza difficoltà l’alveo del torrente ridotto a poco più di un rigagnolo a causa dei prelievi per uso idroelettrico, si passa sulla destra orografica del vallone dove grazie all’esposizione più favorevole, pur mantenendo la stessa quota, il bosco di conifere lascia il posto a quello di latifoglie. Camminando all’ombra quieta di frassini e ontani punteggiata qua e la da alcuni larici si raggiunge in breve la terrazza nord dove in un piccolo pianoro erboso termina il sentiero.
Durante il ritorno, poco prima del torrente Antey, è ben visibile a monte del sentiero una curiosità botanica testimone di un vecchio cedimento del pendio. Si tratta di un pino di circa 60 cm di diametro che si presenta inclinato come la torre di Pisa fino a una certa altezza per poi raddrizzarsi improvvisamente. La stranezza si spiega con una piccola frana che ha interessato il piede dell’albero inclinandolo a monte, una volta assestato il terreno la pianta ha superato il trauma, ha emesso nuove radici e continuato la sua crescita in verticale raggiungendo con una curiosa forma ad arco le sue attuali discrete dimensioni.
Curiosità
Il sifone di Hérin fa parte degli “impianti idroelettrici razionali e veramente geniali” costruiti dalla Società Idroelettrica Piemonte nella prima metà del 1900. Ci passano le acque che cadono nel bacino imbrifero di quasi 150 km quadrati che alimenta la centrale di Covalou. Nella grande tubazione d’acciaio possono passare fino a 10 metri cubi d’acqua al secondo, che equivalgono ad un bicchier d’acqua per ogni abitante della Valle d’Aosta.
Nello stesso tempo che si impiega a percorrere questo itinerario di buon passo, circa un’oretta, nella tubazione a pieno carico potrebbe passare tutta l’acqua potabile consumata in un giorno in Valle d’Aosta1.
Attenzione
Fino alla terrazza sud il sentiero è pulito dalla Compagnia Valdostana delle Acque mentre il tratto che lo congiunge alla terrazza nord è praticamente abbandonato. Il guado del torrente Antey è reso difficile dalla vegetazione che in estate chiude il sentiero per una ventina di metri.
Tenacia e intelligenza: la costruzione del Sifone di Hérin
Per accelerare i tempi di costruzione del canale Ussin Covalou furono scavate quattro gallerie di servizio per attaccare lo scavo contemporaneamente da dieci fronti. Purtroppo la finestra di Hérin doveva attraversare uno strato di detriti morenici e di “sfasciume di serpentini impregnati di acqua che scivolavano come sapone. La galleria era piena di infiltrazioni, le armature crollavano … la finestra d’attacco tendeva a richiudersi da sé sotto la immane spinta dei terreni soprastanti“.
Occorreva passare il vallone in altro modo: un canale in superficie venne escluso a causa dell’instabilità del versante, si dovette scegliere tra un ponte canale in cemento armato e un sifone metallico.
Il ponte canale avrebbe dovuto sostenere 5000 kg di acqua per ogni metro di lunghezza, sarebbe stato alto 90 metri sulle fondazioni e lungo 230 metri ma non venne realizzato perché la pila sud avrebbe avuto le fondazioni gettate su roccia alquanto sconnessa e di conseguenza poco sicura. Il progetto dei fratelli Giay di Torino che era stato preferito a quello della Bollinger di Milano venne accantonato.
Il sifone aveva un problema di difficile soluzione: il dislivello tra imbocco ed uscita era di soli 26 cm quando per opere simili era dell’ordine di metri. Purtroppo le gallerie erano già in fase avanzata di realizzazione e le relative quote non erano modificabili. Si poteva calcolare le perdita di carico della tubazione metallica ma non si conosceva il comportamento idraulico dell’imbocco e dell’uscita del sifone.

Si chiese un aiuto alla Regia Scuola d’Idraulica di Pisa, diretta dal Prof. Giulio De Marchi, un luminare in materia2 che fece realizzare un modello in scala 1:17.2 delle due estremità del sifone per determinare una forma che minimizzasse le perdite di carico.

Fu fissato il diametro della tubazione in 2.8 metri che, sommate le perdite di carico dovute alle curve, avrebbe richiesto un dislivello compreso tra i 21 e i 25 centimetri. Nel modello in scala vennero utilizzati per le misure piezometri di precisione che permettevano di misurare il decimo di millimetro. Nel primo raccordo progettato il rigurgito previsto alla massima portata raggiungeva i 15 centimetri, un valore ritenuto ammissibile.

Perfezionando l’imbocco del sifone si riuscì a raggiungere un valore di rigurgito inferiore ai 7 centimetri, meno della metà di quanto previsto nel primo progetto.
Grazie alla tenacia e all’intelligenza dei tecnici il sifone di Hérin alimenta da quasi un secolo la Centrale di Covalou.
Post del 2006 – ultimo aggiornamento 14.04.2026
- Raffaele Rocco, Acqua per tutti, in Environnement n° 22, Castrocielo, marzo 2003, versione digitale disponibile qui[↩]
- Giulio De Marchi, ingegnere presidente del Comitato Glaciologico Italiano e della commissione interministeriale per la sistemazione idraulica, insediata nel 1966 dopo l’alluvione di Firenze, propose lavori di messa in sicurezza per quasi 5 miliardi di euro da eseguire in un trentennio, lavori rimasti sulla carta.[↩]